IL SENTIERO DEI NIDI DI RAGNO. RITROVO NEGLI OCCHI DEL GIOVANE PIN, IL SENSO DEL NOSTRO PRESENTE

“Sono certa che domani, da adulti saprete ricordare ancora la bellezza dei versi eterni. In questa idea ritrovo il senso più vivo della nostra missione”.

Di Margherita Festa*

Quella proposta dai ragazzi della nostra redazione è la riflessione di una mia cara alunna, Sara Arconti, della classe III C Liceo, nata dalla lettura del romanzo di Italo Calvino “Il sentiero dei nidi di ragno”, una delle tante soddisfazioni concessemi dalla didattica a distanza. Ho sempre amato questo libro e il suo autore e di questo devo essere grata alla mia insegnante di Italiano del Liceo, che me lo fece scoprire quando avevo quindici anni. Condividere con i miei alunni la Bellezza eterna di versi o di letture, trasmettere loro, o almeno provarci, le mie passioni, riuscire a far provare le emozioni che sento quando leggo qualcosa che amo, immaginando che un giorno lontano, da adulti, forse ripenseranno a quelle parole immortali, è ciò che davvero mi restituisce il senso di un mestiere spesso ingiustamente denigrato e sottovalutato. Affrontare questa contingenza storica così “speciale”, rimodulare la nostra vita nello spazio di 24 ore, adattandosi a nuovi ritmi, a una nuova scansione del tempo senza più date e impegni programmati, a una diversa ridefinizione delle nostre giornate non è stato semplice. Sono stati mesi intensi, forti, a tratti devastanti soprattutto dal punto di vista psicologico. Ogni giorno è stato come vivere sospesi…in una dimensione alternativa, come quel forestiere della vita, di pirandelliana memoria, che dall’esterno si guarda vivere. Non è stato facile rassegnarsi alla Dad: tanti percorsi interrotti o rimandati, rimandate le mille lezioni che ancora avrei voluto fare, rimandate arrabbiature, rimproveri, le piccole gioie quotidiane che nascono dalla condivisione di spazi, sguardi, parole. È stato un quotidiano improvvisare e improvvisarsi, inventare e reinventarsi, programmare e riprogrammarsi, perché perdere i ragazzi, in un momento in cui avrei dovuto cogliere i frutti di un lavoro continuo e quotidiano, portato avanti giorno dopo giorno con fatica, da settembre a marzo, non sarebbe stato ammissibile. E adesso, giunti quasi alla fine, dopo avere salutato a distanza i “miei” alunni, con la speranza e il desiderio di rivederli tra i banchi a settembre, posso dire di essere fiera e orgogliosa di loro, per la serietà e la maturità dimostrate in questi mesi, per i sorrisi e la compagnia che hanno saputo regalarmi anche nelle giornate più buie, quando la sfiducia e la stanchezza sembravano prendere il sopravvento, per le soddisfazioni che anche a distanza hanno saputo donarmi, perché il loro pensiero costante è stato sintesi e sostanza di una nuova e inaspettata quotidianità. Un grazie quindi a Sara per queste parole che, partendo da una riflessione critica su un autore, si allargano a trattare temi di attualità. E un grazie a tutti i ragazzi con cui ho condiviso questi mesi “strani”, perché anche a distanza si conferma straordinariamente vera quella celebre sententia di Seneca…Homines, dum docent discunt.

(Insegnante di lettere)*

Gli occhi di un bambino hanno la capacità magica di farci vedere le cose in modo diverso e, proprio per questo, unico. Hanno la capacità di filtrare la realtà, di farci divenire spettatori quando essa diventa opprimente nelle sue connotazioni negative. Nel libro “Il sentiero dei nidi di ragno” di Calvino una cosa che mi ha colpito molto è l’espediente di porre tutte le vicende, soprattutto quelle relative al clima della guerra dal punto di vista di un bambino, Pin. Egli cerca di avvicinarsi e allo stesso modo, di comprendere il complesso mondo degli adulti, tanto da essere addirittura apostrofato da Calvino come un “bambino vecchio” che continua però ad avere quei sogni tipici dell’età infantile. Il piccolo protagonista vuole infatti trovare un amico fidato che lo accetti e far parte di qualcosa e poiché l’unica possibilità è rappresentata dal mondo adulto, cerca di inserirsi in quest’ultimo parlando di donne, di guerra e scherzando su argomenti sicuramente lontani rispetto all’immaginario di un bambino. Tuttavia, l’ingegnoso espediente della narrazione dal punto di vista di Pin ha un fine ben più profondo; esso vuole permettere al lettore di comprendere più facilmente quei termini tecnici del lessico militare inseriti da Calvino per investire la sua opera di un chiaro intento neorealistico. Seguendo infatti la corrente neorealista, Calvino voleva andare contro quella parte della società del tempo che apostrofava i partigiani come persone che combattevano senza un preciso fine o un ideale. Egli, descrivendo il distaccamento del dritto, che rappresenta la parte “peggiore” dell’armata partigiana, esprime la necessità di ogni singolo uomo di combattere per difendere qualcosa che gli è caro, qualcosa che non si identifica necessariamente con la patria. Da ciò che ho percepito, Calvino ci parla di una guerra combattuta da pover’uomini che combattono per il riscatto umano, per tutte le ingiustizie e i timori che li opprimono e li vincolano. Mi ha colpito molto a tal proposito il discorso di Giacinto, un comandante che affermava di combattere per il suo mestiere di stagnino e tutto ciò che questo comportava: i bambini che correvano a osservarlo lavorare, le donne che offrivano uova e vino e quella serenità che ormai non era più concesso avere. L’espediente del bambino perciò è usato anche per farci capire quanto un uomo sia inerme davanti al colosso della guerra; attraverso gli occhi ingenui di Pin, ho riconosciuto in un certo senso i miei e quelli della mia società, lontana e spesso incapace di comprendere appieno il significato della guerra. Come diceva Tacito infatti, nella sua celebre opera “Agricola” in cui affermava “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, ognuno combatte per qualcosa, ponendosi come il paladino della giustizia di qualche libertà, di qualche valore, asserendo la superiorità dei propri principi rispetto a quelli dell’avversario. Tuttavia questo “ragionamento” viene fatto da entrambe le fazioni e ciò porta a guerre interminabili; tale concetto viene anche ripreso, in una diversa forma, nel IX capitolo da Kim che paragona il combattere delle brigate nere a quello dei partigiani, entrambi spinti a uccidere e a difendere ciò che ritengono giusto. Ma cos’è veramente giusto? Ognuno difende le proprie idee non rendendosi conto che il confronto e la tolleranza sono ciò che danno alla nostra società una connotazione civile. Negli ultimi giorni siamo stati testimoni di episodi di razzismo estremo sfociato in un gesto tutt’altro che civile e ciò ha riaperto in molti americani ferite illusoriamente rimarginate. Chissà come vedrebbe Pin le nostre guerre attuali, come le racconterebbe. Sicuramente sarebbe un regista inconsueto del mondo reale e forse riuscirebbe, attraverso i suoi occhi, a dare colore ad alcuni film in bianco e nero che tristemente si ripetono nella storia.

Di Sara Arconti III C Liceo

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