LA VITALE NECESSITA’ DI SENTIRSI ALTROVE

Sedeva alla finestra osservando la sera invadere il viale. […] Era stanca. Passava poca gente. […] Adesso stava per andare via come gli altri, per lasciare la sua casa. Casa! Guardò in giro per la stanza, passando in rivista tutti gli oggetti familiari che aveva spolverato una volta alla settimana per tanti anni, domandandosi da dove mai venisse tutta quella polvere. […] Aveva acconsentito ad andarsene, a lasciare la sua casa. Era saggio? […] Con Frank stava per esplorare un’altra vita […]. Doveva partire con lui sul battello della notte per diventare sua moglie e vivere con lui a Buenos Aires, dove aveva una casa che l’aspettava. […] Mentre fantasticava, la visione pietosa della vita di sua madre gettò il suo maleficio fino nel profondo del suo essere: quella vita di sacrifici banali conclusasi con la pazzia […]. Si alzò con improvviso moto di terrore. Fuggire! Doveva fuggire. Frank l’avrebbe salvata. Le avrebbe dato la vita, forse anche l’amore. Ma lei voleva vivere. Aveva diritto alla felicità […]. Si aggrappò con entrambe le mani alla ringhiera di ferro. “Vieni”. No! No! No! Era impossibile…”

Tormentata dall’arduo quesito “rimanere o andare?”, Eveline, la protagonista di una delle 15 storie della raccolta Dubliners (Gente di Dublino) di James Joyce, sceglie il noto anziché l’ignoto, sceglie la certezza della propria noiosa esistenza anziché gettarsi a capofitto in una dubbiosa vita al di là dell’oceano. La sua è una preferenza audace: ella, se si fosse trovata al posto del venditore d’almanacchi nell’Operetta morale leopardiana, avrebbe sicuramente trovato piacere nel rivivere l’anno passato piuttosto che quello a venire. Dunque, l’affermazione del passeggereQuella vita ch’è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non è quella passata, ma la futura” perde la sua validità: coraggiosamente Eveline sceglie di ricordare ogni istante la dolorosa mancanza della madre, alimentata da un padre corrotto dal vizio dell’alcolismo. Da tale brano ha inizio la nostra riflessione: chi, ai giorni nostri, riuscirebbe a scegliere la vita che ci è stata data senza tentare di modificare l’avvenire?

Sicuramente non ‘Ntoni dei Malavoglia, il quale discute con il nonno Padron ‘Ntoni  (che invece non vuole abbandonare il proprio paese per nessun motivo) poiché non vuole “più farla questa vita”:

Il peggio […] è spatriare dal proprio paese, dove fino i sassi vi conoscono, e dev’essere una cosa da rompere il cuore il lasciarseli dietro per la strada. “Beato quell’uccello, che fa il nido al suo paesello”. “Sì”, brontolò ‘Ntoni, “intanto, quando avremo sudato e faticato per farci il nido ci mancherà il panìco, […] dovremo continuare a logorarci la vita dal lunedì al sabato; e saremo sempre da capo! […] Carne d’asino! Borbottava; ecco cosa siamo! […] E si vedeva chiaro che era stanco di quella vitaccia, e voleva andarsene a far fortuna, come gli altri; tanto che sua madre, poveretta, l’accarezzava sulle spalle […] cogli occhi pieni di lacrime. “Non voglio più farla questa vita. Voglio cambiar stato, io e tutti voi” […] “Va’, va a starci tu in città. Per me io voglio morire dove son nato […]. Chi cambia la vecchia per la nuova, peggio trova.”

Peggio trova” probabilmente, ma viene spesso “invidiato” poiché ha cercato di modificare il suo avverso Fatum, come succede nel romanzo di Saverio Strati “Tibi e Tascia”:

Però Tascia provava più invidia degli altri verso Tibi. Ché niente più amicizia, niente più città insieme. […] Come gridava la macchina, si muoveva, correva, alzava una nuvola di polvere e portava Tibi chi sa dove, chi sa in quale mondo straordinario e tutti rimanevano lì, a guardare; e lei, Tascia, si sentiva serrare la gola dai singhiozzi […]. “Che fortuna ha avuto Tibi, che fortuna!” pensò… […] Tutti erano partiti, e gli altri domani ritornavano a scuola e lei rimaneva sola a giocare e a tenere suo fratello in braccio… Ma neanche giocare poteva più, da ora in poi, ché anche lei doveva incominciare a lavorare, doveva.”

Ma forse la città che Tascia desiderava tanto non era poi un ambiente così ameno, come lo descrive Mario La Cava in una delle sue Epistole indirizzate a Leonardo Sciascia:

Caro Sciascia […]. Ho fatto un lungo viaggio […]: la permanenza nelle grandi città è utile ai fini del successo e di una certa sistemazione pratica. Ma quanto al perfezionamento artistico, escludendo oggi, più di prima, che la grande città possa essere favorevole; non solo per le distrazioni irreparabili che offre, ma anche per le difficoltà evidenti che la sua mostruosa organizzazione oppone ad una approfondita osservazione della vita. L’ideale sarebbe potersi muovere frequentemente, per poi ritornare nel proprio paese a lavorare

L’uomo odierno, però, par provare con tutte le sue forze a ricercare un riscatto, delle condizioni migliori, mira alla felicità anche a costo di sradicarsi dal mondo che lo ha visto crescere, cadere, piangere e in alcuni casi sorridere. Quanti di noi alunni, oggi tra i banchi di scuola, sceglieranno di partire, di lasciare i propri paesi per inseguire i propri sogni? Una domanda quasi retorica, poiché oramai tutti conoscono “l’arido vero”: se vien facile affermare che “bisogna dar le ali per volare e raggiungere i propri obiettivi”, è poi complesso subire le conseguenze di questa realtà. Tra quest’ultime, lo spopolamento dei piccoli paesini: i “paradisi terrestri”, loci amoeni in un tempo che par essere ormai distante dalla contemporaneità, son destinati a sparire, senza potersi “arrogare d’eternità il vanto”. E se la storia di un domani par ormai aver scritto le sue prime righe, è anche vero che non abbandona la sua ciclicità: a tal proposito proponiamo la lettura di un’epistola, firmata Mina Nucera Zappia, risalente al secondo dopoguerra (come spiegatoci da colui che ci ha fornito il testo originale e che ringraziamo per l’utile spunto di riflessione, il dott. Domenico Candela)

Di Vittoria Altomonte V C Liceo

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