SCRITTURA CREATIVA. SPERIMENTAZIONI IN CLASSE…….SEGUENDO FEDRO

Si è appena conclusa un’attività di scrittura creativa e collaborativa svolta nelle ore di italiano con la prof.ssa Isodiana Crupi. Abbiamo realizzato una favola con caratteristiche analoghe a quelle di Fedro e il prodotto finale è stato sottoposto a una votazione di gradimento e a una discussione.

I membri del comitato (Arianna Branca, Paolo Falcone e Santo Pellicone), delegati al coordinamento dell’attività, hanno suddiviso i compagni in modo da formare dei gruppi, qui di seguito riportati:

Gruppo n°1: Anthoe Silviu Ionut, Erika Borruto, Mariafrancesca Meduri, Giuseppe Palamara;

Gruppo n°2: Manuel Crea, Sharon Criaco, Lea Ficara, Antonella Mollica, Angela Portogallo;

Gruppo n°3: Martina Caridi, Valeria Zirilli;

Gruppo n°4: Maria Rosa Teresa Larizza, Rebecca Priolo.

Si è passati poi ad invitare ciascun gruppo a realizzare in modo collaborativo il testo di una favola con le caratteristiche di quelle scritte da Fedro, ovvero:

  • brevi (max 1000 caratteri);
  • dotate di un titolo;
  • con una massima morale all’inizio o alla fine;
  • con uno sviluppo narrativo che veda come protagonisti animali umanizzati e ben caratterizzati dal punto di vista del comportamento.

Al termine del lavoro i gruppi hanno consegnato la loro favola in formato digitale ai membri del comitato e una volta ricevuti tutti gli elaborati, abbiamo formato una piccola raccolta, in cui i racconti sono identificabili per il titolo e non per gli autori, conservando tuttavia la chiave per l’identificazione dei medesimi. In seguito abbiamo sottoposto la lettura e la votazione dei testi prodotti a tutti i compagni di classe, senza la possibilità di risalire agli autori delle favole. Si tratta di 4 favole, ognuna con una morale che possa trasmettere ai lettori i valori importanti nella società moderna. Sono riportate di seguito, nell’ordine in cui sono state classificate.

1° Il regno della leonessa

Scritta da Anthoe Silviu Ionut, Erika Borruto, Mariafrancesca Meduri e Giuseppe Palamara.

Tra le foreste pluviali e le aree desertiche, dove la vegetazione è scarsa e il terreno arido, al levar del sole si ode il suo ruggito.

La regina della savana si è appena svegliata e subito davanti a lei il suo fidato consigliere iena:

“Salve, oh mia regina! Di cosa ha bisogno oggi? Come posso aiutarla?” .

“Oggi ti affido un compito che solo tu puoi svolgere per me perché tu sei la sola di cui mi fido.

Dovrai guidare la mandria di zebre alla fonte perché possano abbeverarsi”.

“Ottima idea sua maestà! Ne saranno felici! Sa, lei è molto amata tra il popolo, rispettata e stimatissima. Sa cosa le dico? Porterò anche gli elefanti!

“Grazie!”.

Il giorno seguente la iena si offrì nuovamente di portare le zebre al ruscello e ancora così giorno dopo giorno.

La leonessa, inizialmente sospettosa, mise i dubbi da parte e si rallegrò all’idea di avere un consigliere tanto disponibile. In realtà le intenzioni della iena erano ben lontane dal compiacere la regina: recandosi al ruscello non faceva altro che cospirarle contro dicendo alle mandrie di averla sentita dire che le acque dove le aveva mandate ad abbeverarsi erano avvelenate.

“Vi vuole uccidere tutte per poi mangiarvi, quel leone femmina!”.

Sentito ciò iniziarono tutti a ribellarsi senza che la leonessa riuscisse a capire perché e, per capirne di più, chiedeva consiglio alla iena che gli era stata tanto vicina nei giorni precedenti.

Quest’ultima le diceva: “Mia regina lei è stata così buona con loro. Ma come è possibile tutto ciò? Che massa di ingrate! Ma non si preoccupi, la aiuterò io”.

Ancora una volta la regina si fece aiutare dalla iena che intanto continuava la congiura alle sue spalle, ma questa volta fu l‘ultima. Il consigliere aveva raggiunto il suo obiettivo.

La regina fu uccisa dalle mandrie infuriate e ingannate del deserto e la iena prese quel posto che era riuscita a raggiungere grazie alle sue moine.

Morale della favola: quando il diavolo ti accarezza vuole l’anima.

2° Il caleidoscopico camaleonte e la rana

Scritta Manuel Crea, Sharon Criaco, Lea Ficara, Antonella Mollica e Angela Portogallo.

L’odio corrompe l’animo di chi è convinto di temere gli altri ma in realtà teme solo sé stesso. 

C’era un tempo un camaleonte che abitava le foreste fluviali mutando colore ed ideale in base al predatore che aveva dinanzi.

Egli era piccolo e spesso spaventato, ma ciò non lo rendeva per nulla innocuo, infatti era solito aizzare gli altri animali contro i rospi, rettili simili a lui, solo perché incapaci di cambiare il colore della propria epidermide.

Spesso diceva: “Tu, uccello del Paradiso, che sei grande, nero e bellissimo, uccidi la sporca rana che porta malanni e cagioni alle nostre acque” ed ancora aizzava gli altri rettili, i pappagalli e perfino gli insetti a cacciare le rane, portatrici di sciagure.

E così fu, anche finché l’ultima rana superstite non chiese il perché di tutto questo al vanesio camaleonte, che rispose:

“Vedi rana, io contro di te non ho nulla, poiché tu non mi hai fatto nulla, ma la sola tua esistenza genera in me inquietudine, poiché io sono bello ed inutile, mentre tu sei brutta ma sai saltare e cacciare meglio di me.

So che non meriti tutto questo livore, ma la tua morte porterà a me più gioia che qualsiasi mia vittoria personale”.

All’udire queste parole una moltitudine di zanzare si fiondarono sul camaleonte, che, stramazzando in terra dissanguato, non ebbe neppure il tempo di divenire nero insetto.

3° La relatività della bellezza

Scritta da Martina Caridi e Zirilli Valeria.

C’era una volta, nei pressi di un lago circondato dalle bellezze di una natura incontaminata, un pavone intento a rimirarsi sulla superficie cristallina dell’acqua.

Egli, con una fierezza narcisistica, si specchiava in cerca di imperfezioni.

Ammirando con soddisfazione le sue piume lucenti, impreziosite da una miriade di colori sgargianti, se le pettinava con cura, affinché esse non spezzassero l’armonia della sua immagine.

Inclinava con eleganza la nuca, prima da un lato e poi dall’altro, facendo ondeggiare la sua cresta piumata e dispiegando la sua coda, tinteggiata dalle più varie sfumature di verde e di blu.

“Quanta gioia nel constatare che anche oggi la mia bellezza si sia preservata.

Mi sento parte integrante di questo spettacolo che è la natura, essa è il mio palcoscenico e io sono il protagonista indiscusso”.

Un cigno, udendo il soliloquio del pavone, decise di raggiungerlo per ammirarne più da vicino la grazia.

Egli, pur essendo esso stesso un animale vanitoso, rimase piacevolmente colpito dal gradevole aspetto del suo rivale e non poté fare a meno di complimentarsi con quest’ultimo.

A quel punto altri animali, incuriositi dalla conversazione, si riunirono nei pressi della riva per ascoltare i vaneggiamenti del pavone riguardo la propria estasiante eleganza.

Alcuni di loro rimasero in silenzio, altri,  indispettiti dalla superbia dell’animale, iniziarono a borbottare.

“Come osate interrompere il mio rituale con i vostri mormorii insignificanti?” tuonò il pavone, offeso.

Per un attimo, tutti tacquero, intimoriti dalla sua minacciosa regalità.

Egli aveva infatti rivelato il suo imponente ventaglio, in segno di sfida.

Tuttavia, senza esitazione, si fece avanti la tartaruga, stimata da tutti gli animali per la sua saggezza.

Essa gli rivolse una semplice domanda, ferendolo irrimediabilmente nell’orgoglio.

“Tu che dici di essere il re del palcoscenico, colui la cui avvenenza richiama quella di nostra madre Natura, chi sei quando i riflettori si spengono?” disse lei.

Il pavone, che si era indignato al punto da arruffarsi le piume, ribatté affermando:

“Le luci su di me non si spengono che col calar del sole, quando il buio inghiotte il bosco e nessuna creatura è in grado di mostrare più alcuna bellezza”.

La tartaruga rifletté qualche secondo, poi disse:

“Ciò che affermi non corrisponde a realtà, io stessa conosco un essere che rischiara le tenebre con la sua luce rivitalizzante”.

Quindi il pavone, ormai accecato dall’ira, chiese di poter incontrare la creatura che lo stava severamente umiliando.

L’anziana tartaruga sussurrò al cerbiatto di sfruttare tutta la sua agilità per convocare il prima possibile lo sfidante.

Poco tempo dopo, il cerbiatto tornò indietro da solo e, tra lo stupore, gli animali iniziarono a pensare che la creatura misteriosa avesse rifiutato di presentarsi per paura.

Tra il clamore della folla e i ghigni di soddisfazione del pavone si sollevò però una flebile vocina.

“Sono io, la lucciola, il tuo sfidante!

Tu divori con crudeltà noi insetti come se non fossimo degni di esistere al tuo cospetto, ma tu non capisci che la bellezza si manifesta in diverse forme.

Essa non sempre si rivela attraverso la regalità ma essa risiede allo stesso modo nella semplicità.

La vera bellezza è tale anche al buio”.

Sconfitto, il pavone si ritirò tra i cespugli e gli altri animali iniziarono a festeggiare lietamente.

Col calar della notte, tutte le lucciole diedero vita a una danza di luci, uno spettacolo mozzafiato, dalla bellezza genuina e inestinguibile.

4° Il leone e la tartaruga

Scritta da Maria Rosa Teresa Larizza e Rebecca Priolo.

In una foresta lontana, talmente lontana che per raggiungerla occorreva un anno di cammino, viveva il leone Napo, che tutti chiamavano Napoleone.

Napo passava le sue intere giornate oziando sotto l’ombra di un maestoso albero, e a divertirsi con le sue tante leonesse.

Un giorno passava da quelle parti Molly, la tartaruga, appena Napo la vide le disse:

“Ma che ci sta a fare un animale lento come te su questa terra? La vedi quella gazzella laggiù? Io ci arrivo con un solo balzo, a te invece quanti te ne servono?”

Molly amareggiata gli rispose:

“Sì, tu sei molto più veloce di me, ma non vantartene troppo, perché quando si mette a piovere tu sei costretto a correre per trovare un riparo, io pur essendo l’animale più lento questi problemi non li ho, perché ovunque vada ho sempre con me la mia affidabile casetta.”

Speriamo che le morali delle favole siano giunte anche a voi lettori, noi siamo soddisfatti dei prodotti realizzati e di questa particolare esperienza formativa, l’elaborazione e la valutazione delle favole alla maniera di Fedro è stata interessante quanto impegnativa.

Di Arianna Branca, Paolo Falcone e Santo Pellicone V B

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