STORIE DI VIAGGIO, TRA FANTASIA E SPERANZE, SOGNANDO LA FELICITA’…

Quelle che vi proponiamo di seguito sono tre storie di fantasia realizzate da tre alunne della classe IIC Liceo al termine di una due giorni, durante la quale abbiamo approfondito il tema dell’emigrazione nel secolo scorso. La ragazze si sono soffermate in particolar modo sugli aspetti emotivi legati ad un fenomeno mai tramontato che ancora oggi si ripropone in tutta la sua drammaticità, mettendo in luce la fragilità dell’animo umano e la precarietà di una vita spesso avara di sconti.

Prof.ssa Marianna Caridi

 

“Sbrigati, Karmen” grida mia madre, “Dobbiamo andare a casa dei nonni a prendere le restanti cose, domani andrà ad abitare lì una nuova famiglia.” Andare a casa dei nonni mi riempie di tanta nostalgia da quando nonna Lucia non c’è più. Il nonno non l’ho mai conosciuto, ma nonna mi parlava tanto di lui, sempre con le lacrime agli occhi. Lo definiva un qualcosa di più prezioso dell’oro. Tutte le persone che conoscono la mia famiglia dicono che i miei nonni erano la coppia più bella del mondo e che la nonna era stata molto sfortunata a rimanere da sola a soli trent’anni. Ma nonna proveniva dall’Italia del sud, sapeva cosa sono i sacrifici, o almeno così dice la mamma. Io a Reggio Calabria, città originaria di nonna, ci vado tutti gli anni durante la stagione estiva e lì la gente è così solare e allegra. Papà è americano con la A maiuscola, ma anche a lui piace molto l’Italia, soprattutto la Calabria. Dice di non aver mai visto un calabrese triste o di fretta. Sento la mamma gridare di nuovo, prendo il mio zainetto e mi dirigo verso di lei. Dopo due ore, eccoci arrivate. Noi abitiamo nel centro di New York, la casa dei nonni è in periferia.  La scorsa settimana abbiamo già portato via molta roba, adesso ci mancano da svuotare solo alcuni cassetti. Dentro uno di questi trovo una spilla e una lettera. La spilla è davvero affascinante ma sono curiosa di leggere di cosa tratta la lettera…

10 marzo 1990.  Cara Karmen, amore di nonna,

mi restano pochi giorni di vita e tu hai solo sei anni, così ho preferito scriverti questa lettera per metterti a conoscenza delle mie origini. Spero fortemente che un giorno, quando sarai più grande, non ti dimenticherai della casa di nonna, ritornerai e troverai questa lettera. Solo nonno conosceva la vera storia delle mie origini, neanche tua mamma la conosce. È troppo triste per me parlare di quest’argomento ma voglio che tu capisca che l’Italia è una terra meravigliosa e magari, un giorno, andrai a vivere lì. La povertà mi ha strappata dal mio paesino a soli otto anni, esattamente ottanta lunghi anni fa. Mio padre cercava di portare avanti la famiglia ma era davvero molto difficile. Non avevamo nemmeno un piccolo pezzo di terra dove coltivare le verdure per cibarci. Uno zio di mia mamma, “U zi Cicciu da Merica”, aveva convinto la mia famiglia a venire in America. Aveva descritto le strade americane come lastre ricoperte d’oro. Così, il 10 marzo 1910, prendemmo le poche cose che possedevamo, tra cui la gallinella Cro Cro, e ci dirigemmo verso la Francia a piedi e con mezzi di fortuna. Io ero molto entusiasta di partire e fare una nuova vita, anche perché insieme alla mia famiglia partì anche quella di Maria, la mia migliore amica. Appena arrivati in Francia, ci aspettava La Provence, il transatlantico con cui arrivai fin qui. Era lunghissimo, quasi 200 metri, con due comignoli rossi e neri. Non sapevamo né leggere né scrivere, solamente contare. Ci misero in terza classe perché facevamo parte della misera gente. Insieme a noi c’erano tantissime famiglie campane, siciliane e pugliesi, con cui condividevamo lo stesso obiettivo: una vita felice e spensierata. La mia sorellina, zia Anna, non arrivò mai nella Grande Mela. Due giorni prima dell’arrivo infatti morì. Non capimmo le cause della sua morte, ma a distanza di tempo non mi è difficile ricordare che le condizioni igieniche su quella nave erano deliranti. Dalla morte di mia sorella, il mio entusiasmo iniziò a venire meno. Furono due giorni molto difficili, ma durante lo sbarco ad Ellis Island dovemmo subito riprenderci perché gli americani non sentivano ragioni di fronte agli stranieri. Un funzionario ci chiese di che razza fossimo, che lavoro faceva mio padre e da quale famiglia ci saremmo appoggiati prima di trovare una sistemazione. Dopo di che ci visitarono e vedendo che eravamo sani ci mandarono a prendere il battello per New York. Lì ci aspettava zio Ciccio con la sua famiglia, che ci aiutarono davvero molto, soprattutto economicamente e con la lingua. Mio padre, essendo analfabeta, sarebbe stato costretto ai lavori più umili, ma per fortuna lo zio gli disse che ci avrebbe pensato lui a mantenerci. Dopo circa un anno, io e mio papà avevamo imparato l’americano e finalmente papà trovò lavoro in una fabbrica. Mia mamma era ancora molto triste per la perdita di Anna e non riusciva a darsi coraggio, perciò presto si ammalò. Da quel momento la cura della casa ricadde su di me, che avevo iniziato da poco la scuola. Decisi di stringere i denti e continuai a studiare, occupandomi anche della casa. Quando iniziai il college, in una città non molto vicina a New York, mia madre morì. Io e mio papà eravamo rimasti soli e non potevamo stare lontani. Mi iscrissi in un college più vicino a casa e lì conobbi tuo nonno. Proveniva da una nobile famiglia newyorchese. Era alto, moro e con gli occhi blu come i tuoi. Quel blu del mio bellissimo mare, il Mediterraneo. Ci innamorammo l’un l’altro fin da subito, eravamo felicissimi insieme e anche mio papà lo stimava molto. Finalmente le cose iniziavano ad andare bene e, finito il college, io e nonno ci sposammo. Dopo pochissimi anni nacque tua mamma e la nostra vita si riempì di gioia. Il nonno purtroppo morì in un incidente. Io e la mamma andammo a vivere da mio padre e lì iniziai a lavorare in una banca. Ero ormai a tutti gli effetti un’americana, ma mi mancavano le persone più importanti. Cercai sempre di sorridere e di affrontare le cose con serenità, e capii che se la vita mi aveva tolto tanto, dovevo andare avanti lo stesso. Mi reputo una persona coraggiosa e spero tanto che un giorno sarai come me. Non perdere mai il coraggio!

Con tanto affetto, la tua nonnina.

Non avrei mai pensato che la vita di nonna fosse stata così travagliata. Fu una donna straordinaria. Mi auguro un giorno di essere come lei. Mentre torno a casa con mamma, alzo gli occhi verso il cielo: “Ovunque tu sia, ti voglio bene nonna Lucy. Sono orgogliosa di te!”

Maria Elena Casili II C

 

Ci troviamo agli inizi del Novecento e ormai molte cose sono cambiate… La popolazione italiana, almeno per la maggior parte, si trova in una situazione di estrema povertà e crisi. Mi trovo qui a raccontarvi la storia di una delle molte famiglie che hanno deciso di partire in cerca di una vita migliore. Questi due contadini, soprattutto per garantire una vita migliore ai loro due figli, hanno deciso di partire verso gli Stati Uniti. Prima di imbarcarsi verso quella che sarà la loro nuova vita, questa famiglia decide di visitare per l’ultima volta il paese a cui è tanto legata. I due genitori guardano con malinconia tutti quei luoghi che, anche se non sempre belli, custodiscono i loro ricordi, tra i quali la nascita dei loro due figli. Dopo aver preso quelle poche cose che possedevano si diressero verso l’imbarco, i due bambini erano ancora troppo piccoli per capire.

Arrivati all’imbarco dovettero dare le uniche cose che avevano altrimenti non sarebbero riusciti a salire, però quel viaggio era la loro ripartenza da zero, l’unica possibilità per ricostruire una vita dignitosa. Saliti si trovarono in compagnia di oltre un centinaio di italiani provenienti da ogni luogo: l’aria era irrespirabile, c’era talmente tanta gente! Oltre al resto si aggiunse anche la paura di perdere i due piccoli innocenti, ignari di tutto. Comunicare con il resto dei presenti era impossibile, dato che ognuno riusciva a parlare solo il dialetto della propria regione. Il fatto che nessuno dei due contadini parlasse l’italiano non agevolava, dato che non avrebbero potuto chiedere aiuto in caso di necessità. Nonostante l’affollamento la famiglia riuscì a trovare un piccolo spazio dove sistemarsi per il resto delle settimane. Nel corso dei giorni seguenti la fame e il freddo non mancarono, ma ad alleviare tutto c’era la speranza nel futuro e la solidarietà tra i compagni di viaggio. Tra tutte quelle famiglie infatti, non mancarono pezzi di pane offerti e coperte condivise. Dopo alcune settimane, che sembrarono un’eternità, la nave si fermò. I due tennero stretti i bambini e iniziarono a mescolarsi tra la folla. Iniziarono tutti ad accalcarsi come se il tempo per scendere fosse limitato. Dopo non molto riuscirono a scendere. L’aria era diversa, aveva un odore di speranza, ma annusare questo dolce sapore di traguardo non bastava! Bastava solo a dare inizio a questa avventura. Da dove cominciare? Come farsi capire?… Erano molte le domande che iniziarono a presentarsi. Per prima cosa cercarono un posto dove passare le notti, ma la strada fu l’unica soluzione. Fortunatamente il lavoro non tardò ad arrivare. I due contadini trovarono posto, insieme a molti altri italiani, come agricoltori. Le condizioni di questa famiglia migliorarono, anche se non di molto, ma abbastanza rispetto agli anni precedenti. Un pasto caldo da mettere sempre in tavola iniziò a non mancare come anche un tetto sotto il quale ripararsi. Sicuramente non è stato facile per loro decidere di affrontare questo viaggio pericoloso quanto incerto, ma con forza e speranza sono riusciti a trovare quel poco che basta per riuscire a sopravvivere di fronte a tanta fame. Una storia come tante altre, che ci consegna un messaggio di speranza, insegnandoci a non mollare e a non perdere mai la forza per andare avanti sempre a testa alta.

Anastasia Branca II C

 

Una famiglia, quattro persone all’imbarco di una nave. Scena consueta ai primi del 900 vedere Un padre giovane e forte, una madre buona e premurosa e due teneri bambini, attendono il loro turno all’imbarco. Non portano con loro valigie, solo qualche soldo per affrontare il viaggio, l’unica cosa che li sosterrà sarà la loro unione. Saliranno su una nave che per un mese circa viaggerà nell’oceano e porterà tantissime persone, come loro, negli Stati Uniti d’America. Hanno deciso di partire, lasceranno la loro terra e quella casa costruita con fatica. Il lavoro del padre non è redditizio, fare l’artigiano era uno dei mestieri più comuni, con il quale riusciva a guadagnare molto poco per sostenere i bisogni della famiglia. Il viaggio sarà faticoso, accompagnato da sofferenza e nostalgia di casa. Non conoscono cosa li aspetta, raggiunta la meta, il loro desiderio è migliorare le loro condizioni sociali per poter tornare a sorridere. Nulla sarà come prima, l’uomo lascia il proprio lavoro per affrontare un altro, magari più faticoso, per guadagnare qualcosa in più.

Il coraggio non manca a questa famiglia, è pronta ad affrontare il “viaggio della speranza”, alla ricerca della felicità. Sulla nave è imbarcata altra gente, molti sono soli, altri con la moglie, altri con l’intera famiglia. Guardandosi intorno si scrutano: occhi pieni di lacrime che guardano la propria patria allontanarsi, diventando sempre più piccola di fronte all’immensità dell’oceano. Non resta che rimboccarsi le maniche e trovare un posto comodo dove poter sostare per tutta la durata del viaggio. La madre allatta la bimba piccola, il padre gioca e cerca di distrarre l’altra figlia, incosciente di ciò che sta accadendo. L’uomo è sovrappensiero, sono molti i pericoli che possono incontrare, ma ciò che lo preoccupa di più sono le malattie e la fame. Passano i giorni in cui i momenti più sereni sono l’alba e il tramonto, a volte capita di trascorrere la notte in bianco. Il cibo che viene offerto è poco, bisogna far mangiare tutti. Il padre è affamato, lascia spesso un pezzo di pane alla figlia e alla moglie, privandosi anche di quel poco per darlo a loro. Capitano giorni di pioggia in cui il tempo è freddo, non hanno a disposizione coperte per sentire un po’ di calore, il loro abbigliamento fa entrare il vento gelido da ogni parte. A volte capita di parlare con gente sconosciuta, ci si stringe la mano e ci si conforta con semplici parole, e i bambini giocano insieme spensierati. Ogni giorno trascorre seguendo la stessa routine, la nostalgia di casa si fa sentire e si contano le ore che mancano all’arrivo. Il giorno dello sbarco è arrivato e tutti si accalcano per scendere dalla nave. Bisogna affrontare i controlli all’approdo. La paura di non venire accolti è tanta, sarebbe devastante affrontare nuovamente il viaggio per tornare alla vecchia vita. La famiglia viene fatta passare, davanti ai loro occhi c’è una magnifica città a loro sconosciuta. Non resta che seguire le raccomandazioni date e iniziare ad adattarsi. All’uomo viene offerto un lavoro in miniera, molto faticoso rispetto al precedente, ma bisogna abituarsi alla fatica per tornare a casa con qualche soldo in più. Le nuove condizioni di vita saranno migliori, basta abituarsi alle nuove tradizioni e imparare la nuova lingua. Cambieranno le loro abitudini giornaliere, bisogna trovare nuovi amici per non trascorrere la vita in solitudine. Le bambine andranno all’asilo, per loro sarà semplice imparare la nuova lingua dato che non ne parlano ancora una. La madre per i primi tempi continuerà a essere una semplice casalinga, si occuperà di badare alla casa. Il loro desiderio è ritrovare la felicità, costruirsi una nuova vita. Soltanto la forza di volontà del padre, l’amore della madre e il sorriso delle piccole bambine riusciranno a far trascorrere i giorni con tranquillità. Tutto cambierà, ma questa famiglia porterà le loro tradizioni negli Stati Uniti e la loro speranza sarà poter tornare un giorno alla loro vecchia casa, a ritrovare parenti e amici. Coraggio, amore e speranza li accompagneranno nella loro nuova esperienza.

Rossella Meduri II C

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